“Ma più di ogni altra riforma amministrativa, la realizzazione delle ferrovie servirà a consolidare la conquista dell’indipendenza nazionale”, scriveva Camillo Benso, conte di Cavour, già negli anni quaranta dell’Ottocento.
Nella sua visione i treni dovevano collegare popoli e territori, trasformando la geografia politica in una rete viva di scambi e relazioni, fino a formare una nazione libera, unita e moderna.
La storia d’Italia e la storia delle ferrovie sono intrecciate strettamente. I binari, i treni e le stazioni hanno contribuito a forgiare una nuova identità collettiva, riflessa nelle opere di artisti e scrittori, come simbolo di progresso e di modernità, ma talvolta anche delle loro contraddizioni.
Le ferrovie d’Italia (1861–2025). Dall’unità nazionale alle sfide del futuro
a cura di
Edith Gabrielli
dal 7 novembre 2025 all'11 gennaio 2026
Vittoriano, Sala Zanardelli - Palazzo Venezia, Giardino Grande
prorogata al 28 febbraio 2026
Con questo spirito il VIVE - Vittoriano e Palazzo Venezia valorizza questa importante eredità con la mostra Le ferrovie d’Italia (1861-2025). Dall’unità nazionale alle sfide del futuro. L’esposizione è organizzata insieme alle Ferrovie dello Stato Italiane, che nel 2025 celebrano centoventi anni di attività. Create nel 1905 in epoca giolittiana, le Ferrovie dello Stato da allora accompagnano ogni fase della storia nazionale: dalle guerre mondiali alla ricostruzione, dal boom economico alla globalizzazione, fino alle sfide odierne della tecnologia e della sostenibilità.
Nella mostra il fenomeno ferroviario è affrontato su piani molteplici, concatenati e interconnessi. L’apparato grafico e i documenti, le immagini e le opere d’arte stabiliscono un dialogo fitto e serrato, restituendo al viaggio in treno una dimensione completa.
L’esposizione, che si avvale di un Comitato scientifico formato dal professor Francesco Benigno (Scuola Normale Superiore, Pisa), dal professor Lorenzo Canova (Università degli Studi del Molise), dal professor Andrea Giuntini (già Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia) e dal professor Stefano Maggi (Università degli Studi di Siena), è accompagnata da un catalogo edito da Silvana Editoriale, per il quale si rimanda alla scheda volume.
Il racconto si costruisce attraverso una pluralità di materiali e linguaggi che, senza gerarchie, concorrono a restituire la complessità del tema. I testi di apparato, di rigoroso impianto scientifico, trovano un corrispettivo visivo nelle video installazioni appositamente realizzate che assemblano materiali documentari, fotografie e filmati d’epoca. Dipinti, da Salvatore Fergola a Marco Verrelli, passando per De Nittis, Boccioni e de Chirico; sculture, da Boggio a Mattiacci; fotografie dei grandi autori italiani, quali Battaglia, Berengo Gardin, Abate, Basilico, Scianna e Jodice fino alla più giovane Anna Di Prospero; sequenze cinematografiche, da Visconti a Fellini, caroselli pubblicitari di Pascali, video di performance di John Cage e di Sissi, collage di Paolini, installazioni di Kounellis e Lelario, brani di letteratura e poesia, da Carducci a Starnone, intrecciano punti di vista, epoche e sensibilità differenti. Così, momenti in cui prevale la dimensione documentaria, si alternano ad altri dove emerge la riflessione poetica e simbolica, offrendo una narrazione polifonica capace di fondere rigore e suggestione.
A poche decine di metri dal Vittoriano, il Giardino grande di Palazzo Venezia accoglie due monumentali riproduzioni, rispettivamente in scala 1:20 e 1:16, di celebri elettrotreni italiani usciti nel secondo dopoguerra dalle officine milanesi della Breda. Nel primo esemplare può facilmente riconoscersi l’ETR 300 “Settebello”, ideato nel 1948 ed entrato in servizio nel 1952 lungo la dorsale Milano-Roma-Napoli. Il “Settebello”, composto da sette carrozze e lungo 160 metri, raggiungeva i 180 km/h e anche grazie alla cura degli interni, progettati da Gio Ponti e Giulio Minoletti, s’impose come icona del lusso, del comfort e del design italiani.
Il secondo esemplare in mostra è tratto dall’ETR 250 “Arlecchino”. Progettato a sua volta come un treno di lusso, l’“Arlecchino” nacque come naturale evoluzione del “Settebello”: l’entrata in servizio risale al 23 luglio 1960, in coincidenza con le Olimpiadi di Roma. I due modelli, prestati dalla Fondazione FS - Museo Nazionale di Pietrarsa, riproducono gli originali fin nei minimi dettagli. La loro presenza nel suggestivo contesto di Palazzo Venezia contribuisce a restituire un valore estetico all’ingegneria e alla storia culturale, arricchendo la mostra sul piano tecnico e didattico.










