Cristo che cade sotto la croce (o Cristo portacroce)

Alessandro Algardi 1650 circa

In mostra presso Palazzo Venezia

Il bronzetto raffigura Cristo durante la salita al Calvario e si inserisce in un vasto nucleo di redazioni plastiche dipendenti da un modello attribuito ad Alessandro Algardi. L’ottima qualità della fusione consente di sostenere la piena autografia della scultura la cui esecuzione, per ragioni formali, va collocata intorno al 1650. L’invenzione algardiana conobbe una grande fortuna anche oltre i confini italiani, e specie in Spagna, grazie all’agevole circolazione dei bronzi di piccolo formato.

Il bronzetto raffigura Cristo durante la salita al Calvario e si inserisce in un vasto nucleo di redazioni plastiche dipendenti da un modello attribuito ad Alessandro Algardi. L’ottima qualità della fusione consente di sostenere la piena autografia della scultura la cui esecuzione, per ragioni formali, va collocata intorno al 1650. L’invenzione algardiana conobbe una grande fortuna anche oltre i confini italiani, e specie in Spagna, grazie all’agevole circolazione dei bronzi di piccolo formato.

Dettagli dell’opera

Denominazione: Cristo che cade sotto la croce (o Cristo portacroce) Autore: Alessandro Algardi Data oggetto: 1650 circa Materiale: Bronzo, Patina bruna Dimensioni: altezza 18,2 cm; larghezza 25 cm
Tipologia: Bronzi Luogo: Palazzo Venezia Numero inventario principale: 51

Il bronzetto raffigura Cristo durante la salita al Calvario, sopraffatto dal peso della croce sotto cui soccombe accasciandosi al suolo. Il drammatico episodio della Via Crucis è affrontato cogliendo in Gesù un atteggiamento di nobile contegno nella sopportazione della dolorosa ascesa che culmina con la sua crocifissione. Con la mano sinistra Cristo si sorregge a una sporgenza rocciosa mentre, con la destra, si aggrappa a un braccio della croce, che oggi non è più presente ma che in origine completava il bronzetto; una vecchia fotografia segnalata da Pietro Cannata (2011, p. 179), però, documenta la presenza di un simile oggetto forse in legno, perduto ma verosimilmente non coevo, e di una una sovrabbondante corona di spine, posticcia, aggiunta alla fusione originale. 
In assenza di alcuna traccia documentaria relativa all'opera in esame, solo una nota inventariale del 1690 attesta la presenza di una scultura sovrapponibile a questo modello nella collezione romana dell’orafo Antonio D’Amico Moretti (Montagu 1985, II, p. 324, n. 11.L.C.11). Un Cristo portacroce è per la prima volta segnalato come "Italienisch, 18. Jahrhundert" nel catalogo della Städtische Galerie Liebieghaus di Francoforte (1910, n. 329); l’indicazione era certamente nota a Leo Planiscig (1919, p. 159, n. 251) che, nel recensire l’esemplare del Kunsthistorisches Museum di Vienna (inv. 8640), propendeva ad assegnarlo a un artista nord-italiano del Settecento o a uno scultore d’oltralpe "italianizzante", oscillando tra i nomi del veneziano Giovanni Giuliani, attivo a Vienna dal 1690 (Finocchi Ghersi 2001), e dell’austriaco Johan Baptist Hagenauer. L’attribuzione del modello qui discusso ad Alessandro Algardi (1598-1654) si deve, proprio a partire dall’esemplare del Museo di Palazzo Venezia, a Federico Hermanin (1924, pp. 58-59), primo direttore del museo romano e fautore, nel 1919, dell’acquisto del bronzetto presso la galleria antiquaria Fallani (Hermanin 1924, p. 58). La proposta non fu condivisa da Antonino Santangelo (1954, p. 73) che riferiva, invece, il bronzetto a uno scultore della cerchia di Andrea Bergondi, attivo a Roma nel secondo Settecento. Un ventennio più tardi, Rudolf Preimesberger (1973, pp. 234-235) assegnava l’opera a Melchiorre Cafà, dal momento che nell'inventario del suo maestro Ercole Ferrata era registrato un "Christo del Calvario di Melchiorre de cera" (in Golzio 1935, p. 71); e così pure a Cafà ascriveva il modello del Battesimo di Cristo, oggi ricondotto ad Algardi (si veda Museo di Palazzo Venezia, inv. 13474). A sostenere con vigore l'attribuzione ad Algardi del modello del Cristo portacroce è stata Jennifer Montagu (1972, p. 69), inizialmente con riferimento a una fusione di tenore qualitativo assai sostenuto, nelle collezioni del Royal Ontario Museum di Toronto (inv.977.24; si veda, anche, Montagu 1985, II, p. 324, n. 11.C.13), e poi includendo il bronzo del Museo di Palazzo Venezia nella capitale monografia dello scultore nel 1985 (Montagu 1985, p. 322, n. 11 e p. 323, n. 11.8.C), insieme a un corpus di diciassette redazioni plastiche dallo stesso modello (Montagu 1985, pp. 322-325). 
L’invenzione di Algardi (di cui si conoscono oggi ulteriori esemplari transitati sul mercato antiquario) ebbe una grande fortuna anche oltre i confini italiani, e specie in Spagna, grazie all’agevole circolazione dei bronzi di piccolo formato; una derivazione tarda in legno policromo, attribuita ad Alexandro Carnicero, è oggi presso il Victoria & Albert Museum (Londra, inv. 102-1864; Montagu 1985, p. 324, n. 11.D.2); altri due esemplari sono conservati presso la Sala capitolare del monastero de Las Descalzas Reales (Montagu 1985, n. 11.D.3) e presso l’ex-convento delle cappuccine di Toledo (Castro 2007, p. 51, n. 54). Tra le sculture recentemente emerse dal mercato antiquario è opportuno segnalare una terracotta di pregevole fattura (al cui fondo è incisa la lettera “E“), presentata da Guy Stair Santy al Tefaf di Maastricht del 2012; il modelletto fittile, corredato da una relazione di Montagu, è stato poi acquistato dal Worcester Art Museum (Mass; inv. 2017.26) come autografo di Algardi. La datazione del bronzetto in esame intorno al 1650 è stata convincentemente argomentata da Montagu (1985, II, p. 322, n.11) sulla base delle affinità stilistiche che esso presenta con opere quali il Crocifisso Pallavicini (1640-1650 circa; Montagu 1985, II, p. 333, n. 16.C.22) e il San Nicola da Tolentino, tanto nel modello in terracotta del Museo di Palazzo Venezia (inv. 10760, datato 1652; vedi qui scheda relativa) quanto in ulteriori redazioni bronzee (soprattutto Londra, collezione Brinsley Ford e Budapest, Museo di Arti Applicate, inv. 11278). 
L’esemplare del Museo di Palazzo Venezia si distingue per l’ottima qualità della fusione, esaltata dalla nitida affilatura delle creste del panneggio e dall’attenta rinettatura di certi dettagli come la mano poggiata sulla roccia, l’intreccio della corda che cinge la vita del Cristo e il profilo della corona di spine che sporge tra i capelli.

Gerardo Moscariello

Scheda pubblicata il 16 Ottobre 2025

Ottimo. Patina bruna omogeneamente conservata. 

Roma, Collezione Fallani, ante 1919. 

Roma, Palazzo delle Esposizioni, Algardi. L’altra faccia del barocco, 21 gennaio–30 aprile 1999. 

Verzeichnis der Bildwerke in der Skulpturensammlung im Liebieghause, Frankfurt am Main 1910;
Planiscig Leo, Die Estensische Kunstsammlung. I. Skulpturen und plastiken des mittelalters und der renaissance, Wien 1919;
Hermanin Federico, Note su alcune opere di Alessandro Algardi, in «Belvedere», V, 1924, pp. 58-59;
Golzio Vincenzo, Lo studio di Ercole Ferrata, in «Archivi d’Italia», II, 1935, pp. 64-74;
Hermanin Federico, Il Palazzo di Venezia, Roma 1948, n. 300;
Museo di Palazzo Venezia. Catalogo delle sculture, Santangelo Antonino (a cura di), Roma 1954;
Golzio Vincenzo, Seicento e Settecento, Torino 1968, I, p. 396;
Montagu Jennifer, Le Baptême du Christ d’Alessandro Algardi, in «Revue de l’Art», XV, 1972, pp. 64-78;
Preimesberger Rudolf, Cafà, Melchiorre, ad vocem, in Dizionario biografico degli italiani, XVI, Roma 1973, pp. 234-235;
Montagu Jennifer, Alessandro Algardi, 2 voll., New Heaven-London 1985, p. 323, n. 11.C.8;
Montagu Jennifer, in Montagu Jennifer (a cura di), Algardi. L’altra faccia del barocco, catalogo della mostra (Roma, Palazzo delle Esposizioni, 21 gennaio-30 aprile 1999), Roma 1999, p. 200, n. 50;
Finocchi Ghersi Lorenzo, Giuliani, Giovanni, ad vocem, in Dizionario biografico degli italiani, LVI, Roma 2001;
Castro Juan Nicolau, El Ex convento de Madres Capuchinas. Un Museo de Arte Italiano en el Corazón de Toledo, in «Boletín de la Real Academic de Bellas Artes y Cinencias Históricas de Toledo», LIV, 2007, pp. 43-89;
Cannata, in Barberini Maria Giulia, Sconci Maria Selene (a cura di), Guida al Museo Nazionale del Palazzo di Venezia, Roma 2009, p. 78, n. 81;
Cannata Pietro (a cura di), Museo Nazionale del Palazzo di Venezia. 3. Sculture in bronzo, Roma 2011, pp. 162-163, n. 179;
Giometti Cristiano (a cura di), Museo Nazionale del Palazzo di Venezia. 4. Sculture in terracotta, Roma 2011.

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