Busto di papa Benedetto XIII Orsini

Bartolomeo Mazzuoli 1725 circa

In mostra presso Palazzo Venezia

Il busto in terracotta dipinta, modellato da Bartolomeo Mazzuoli, mostra papa Benedetto XIII Orsini (1724-1730) abbigliato con camauro, mozzetta e stola. Il pontefice è effigiato mentre compie con la testa una torsione verso la propria sinistra, in atto di voltarsi improvvisamente verso un interlocutore immaginario. La fisionomia di Benedetto XIII è resa con grande attenzione ai dettagli naturalistici come la carnagione cadente e grinzosa, il naso aquilino, le labbra assottigliate e gli occhi stanchi. I pigmenti stesi contribuiscono a esaltare l'espressività delle forme modellate con la stecca.  

Il busto in terracotta dipinta, modellato da Bartolomeo Mazzuoli, mostra papa Benedetto XIII Orsini (1724-1730) abbigliato con camauro, mozzetta e stola. Il pontefice è effigiato mentre compie con la testa una torsione verso la propria sinistra, in atto di voltarsi improvvisamente verso un interlocutore immaginario. La fisionomia di Benedetto XIII è resa con grande attenzione ai dettagli naturalistici come la carnagione cadente e grinzosa, il naso aquilino, le labbra assottigliate e gli occhi stanchi. I pigmenti stesi contribuiscono a esaltare l'espressività delle forme modellate con la stecca.  

Dettagli dell’opera

Denominazione: Busto di papa Benedetto XIII Orsini Autore: Bartolomeo Mazzuoli Data oggetto: 1725 circa Materiale: Terracotta policroma Tecnica: Scultura Dimensioni: altezza 41 cm; larghezza 33 cm
Tipologia: Sculture Acquisizione: 1919 Luogo: Palazzo Venezia Numero inventario principale: 980

Federico Hermanin (1929-1930, pp. 254-262) ha attribuito il busto a Pietro Bracci (Roma, 1700-1773), collegando la terracotta all’effigie marmorea di papa Benedetto XIII che è esposta in Santa Maria Maggiore, sulla parete destra del Battistero. 
Come attesta l'iscrizione sottostante, il ritratto era stato commissionato dal capitolo e dai canonici della basilica Liberiana in segno di gratitudine verso papa Orsini, per il suo interessamento al restauro del tetto basilicale, eseguito in previsione del Giubileo del 1725. Collocato originariamente nella sacrestia, fu poi spostato con la sua nicchia ovale nell’attuale sede. 
Antonino Santangelo (1954, p. 79) ha confermato l’attribuzione di Hermanin, proponendo per il modello in terracotta una datazione precoce, risalente almeno al 1724. La critica successiva ha mantenuto l’attribuzione a Bracci (Santangelo 1959, pp. 68-69; Salmi 1967, p. 230; Radcliffe 1992, pp. 138-141; Boucher 1998, p. 78), finché Jennifer Montagu (2002, pp. 375-387) non l’ha messa in discussione su base stilistica, evidenziando anche l’assenza di qualsiasi sostegno documentario. Nel 2008 Eike Dieter Schmidt (2008, p. 104-107) ha reso noto un documento (ritrovato da Michael Erwee) da cui risulta che il busto di papa Benedetto XIII fu pagato a Bartolomeo Mazzuoli (Siena, 1673-1749). Infine, Cristiano Giometti (2011, pp. 92-93) ha preferito attribuire il busto in terracotta a Giuseppe Mazzuoli (Volterra, 1644-Roma 1725), zio di Bartolomeo, e il marmo a quest’ultimo, seguendo la linea interpretativa avanzata da Alessandro Angelini sui rapporti di organizzazione interna della grande bottega Mazzuoli (Angelini 1995, p. 89, n. 64): le migliori prove della ritrattistica di Bartolomeo Mazzuoli, come i busti dei conti Camillo e Virgilio De’ Vecchi, in San Martino a Siena (1706), sarebbero nate seguendo modelli forniti da Giuseppe. 
La stretta similarità stilistica riscontrabile tra la terracotta del Museo di Palazzo Venezia e il marmo di Santa Maria Maggiore spinge tuttavia a ritenere che entrambi i busti di papa Orsini siano stati eseguiti dalla medesima mano, capace di rendere i tratti fisiognomici di Benedetto XIII in maniera veritiera, naturalistica, senza concedere nulla all’idealizzazione tipica di un ritratto ufficiale. Compaiono qui caratteri di accentuato naturalismo, quali le guance cadenti e grinzose, il naso affilato e fortemente incurvato, le labbra sottili e gli occhi sgranati in un’espressione poco consona al ruolo rivestito, assenti nella ritrattistica di Giuseppe Mazzuoli. Quest'ultimo tende sempre a conferire un senso di dignità morale e di altera fierezza ai personaggi da lui effigiati, ancora più evidente nel passaggio dal modello al marmo. 
Si distanzia dai modi di Giuseppe anche il busto di Santa Maria Maggiore, dove la lavorazione del marmo sembra conferire alla materia un effetto di duttile morbidezza, esaltando così la percezione di una carnagione cadente, priva di tono com’era quella del pontefice. La terracotta e il marmo di Benedetto XIII restituiscono un senso di umanità accostante, che entra quasi in contrasto con il camauro, la mozzetta e la stola, simboli dell’alto rango ecclesiastico occupato da papa Orsini, e che ritroviamo nella produzione ritrattistica della prima maturità di Bartolomeo, dall’effigie in stucco di Niccolò Parri, nel duomo di Montepulciano (1704), ai già citati busti De' Vecchi, al ritratto marmoreo di Francesco Sansebastiani in San Niccolò al Carmine a Siena (1708), fino all’altorilievo del monumento a Bonaventura Chigi Zondadari nella collegiata di San Quirico d’Orcia (1719 circa, Di Gennaro 2016, pp. 125, 162-167, 185-187). A conferma del discepolato svolto da Bartolomeo presso lo zio resta la maniera pressoché identica di trattare l’abbigliamento, sia nella terracotta sia nel marmo, con un andamento della mozzetta dal sapore ancora tardo seicentesco, mentre il modo di incidere il marmo, attento alla riproduzione di ogni minimo dettaglio come nel ricamo della stola, trasmette già un senso di preziosismo settecentesco. Nella documentazione relativa all'ultima attività di Giuseppe Mazzuoli non si fa alcuna menzione specifica né del modello né del busto in marmo (Di Gennaro 2016, pp. 8-10). Pertanto, la notizia del pagamento a Bartolomeo Mazzuoli del Ritratto di papa Benedetto XIII di Santa Maria Maggiore offre una conferma all’attribuzione, che qui avanziamo per via stilistica, a favore di uno scultore che attende ancora un adeguato riconoscimento da parte della critica.

Vincenzo Di Gennaro

Scheda pubblicata il 16 Ottobre 2025

Discreto. Il busto si presenta rivestito anteriormente da una policromia esito di una ridipintura più tarda rispetto all'esecuzione, mentre sul lato posteriore le indagini diagnostiche hanno rilevato tracce di pigmenti più antichi, indizio di una originaria stesura pittorica. Sulla sommità del capo è presente un foro, una soluzione tecnica solitamente praticata per consentire in fase di cottura la fuoriuscita dei gas. Tuttavia, in questo caso l'espediente non ha evitato l’apertura di fessure passanti in corrispondenza sia della testa sia del torso, segni di una imperfetta adesione delle porzioni di impasto, che ha comportato anche perdite di scaglie di argilla. Lo strato di preparazione pittorica e i pigmenti stesi sopra hanno nascosto le irregolarità createsi sulla superficie del busto (Falcucci, Pelosi 2011, pp. 197-198).

2010: restauro; 
2011: indagini diagnostiche, progetto Getty Foundation di Los Angeles. 

«BENEDICTO XIII. P. M. | OB TEMPLI TRABES AEVO CORROSAS | IN DEIPARAE CULTUM RENOVATAS | CAPITULUM ET CANONICI | GRATI ANIMI MONUMENTUM | PP. | ANNO IUBILAEI MDCCXXV».

Roma, Galleria Alessandro Jandolo;
Roma, Museo Nazione di Palazzo Venezia, 1919.

Roma, Palazzo delle Esposizioni, Il Settecento a Roma, Roma 19 marzo-31 maggio 1959; 
Malibu, Paul Getty Museum, The Color of life. Policromy in Sculpture from Antiquity to the Present, 6 marzo-23 giugno 2008. 

Hermanin Federico, Due busti di Pietro Bracci, in «Dedalo», 10, 1929-1930, 1, pp. 254-262;
Museo di Palazzo Venezia. Catalogo delle sculture, Santangelo Antonino (a cura di), Roma 1954, p. 79;
Santangelo, in Il Settecento a Roma, catalogo della mostra (Roma 19 marzo-31 maggio 1959), Roma 1959, pp. 68-69;
Salmi Mario, La donazione Contini Bonacossi, in «Bollettino d’arte», 52, 1967, 4, p. 230
Sisi, in Gentilini Giancarlo, Sisi Carlo (a cura di), La scultura. Bozzetti in terracotta piccoli marmi e altre sculture dal XIV al XX secolo, catalogo della mostra (Siena Palazzo Chigi Saracini), Firenze 1989, vol. II, 107, pp. 315-316, 364-365, nn. 85;
Radcliffe, in Radcliffe Anthony (a cura di), The Thyssen-Bornemisza Collection: Renaissance and Later Sculpture, with Works of Art in Bronze, Milano 1992, pp. 138-141, n. 19;
Angelini Alessandro, Giuseppe Mazzuoli, la bottega dei fratelli e la committenza della famiglia De’ Vecchi, in «Prospettiva», 79, 1995, pp. 78-100;
Boucher Bruce, Italian Baroque Sculpture, London 1998, p. 78;
Montagu Jennifer, Houston and London: Earth and Fire, in «The Burlington Magazine», 144, 2002, pp. 375-387
Schmidt, in Panzanelli Roberta (a cura di), The Color of Life. Policromy in Sculpture from Antiquity to the Present, catalogo della mostra (Malibu, Pail Getty Museum,  6 marzo-23 giugno 2008), Los Angeles 2008, pp. 104-107;
Falcucci Claudio, Pelosi Claudia, Indagini diagnostiche su alcune sculture in terracotta del Museo del Palazzo di Venezia a Roma, in  Giometti Cristiano (a cura di), Museo Nazionale del Palazzo di Venezia. Sculture in terracotta, Roma 2011, pp. 197-198;
Giometti Cristiano (a cura di), Museo Nazionale del Palazzo di Venezia. Sculture in terracotta, Roma 2011, pp. 92-93;
Di Gennaro Vincenzo, Arte e industria a Siena in età barocca. Bartolomeo Mazzuoli e la bottega di famiglia nella Toscana meridionale, Sinalunga 2016, pp. 8-10, 125, 162-167, 185-187.

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