Barbuta alla veneziana
Manifattura veneziana 1620-1625 circa
Realizzata in ferro, con l’aggiunta di una ricca decorazione in velluto e foglie di rame dorato, questa barbuta da parata era probabilmente adoperata nei cortei che seguivano il doge della Repubblica di Venezia nei primi anni del Seicento. Aiuta nella datazione dell’oggetto un dipinto di Caravaggio (Metropolitan Museum of Art, New York), databile tra 1609 e 1610, dove compare un soldato che calza una celata di foggia molto simile a quella del Museo di Palazzo Venezia.
Realizzata in ferro, con l’aggiunta di una ricca decorazione in velluto e foglie di rame dorato, questa barbuta da parata era probabilmente adoperata nei cortei che seguivano il doge della Repubblica di Venezia nei primi anni del Seicento. Aiuta nella datazione dell’oggetto un dipinto di Caravaggio (Metropolitan Museum of Art, New York), databile tra 1609 e 1610, dove compare un soldato che calza una celata di foggia molto simile a quella del Museo di Palazzo Venezia.
Dettagli dell’opera
Scheda di catalogo
La barbuta, detta anche celata, era un elmo da guerra in uso già a partire dal Trecento e aveva la funzione di proteggere interamente il capo dei soldati, dalla fronte fino alla nuca. Questo particolare esemplare è formato da un coppo, la struttura in ferro, sopra il quale è stata aggiunta una ricca decorazione in velluto e metallo dorato (Laking 1920-1922, II, p. 12, fig. 352). Realizzato in un unico pezzo, di forma allungata e con l’apertura per il viso in forma di U rovesciata a contorno mistilineo e uno svaso all’altezza della nuca, il resistente coppo in ferro temperato è probabilmente di fabbricazione quattrocentesca, reimpiegato nel Seicento per renderlo un vestimento da parata, sfarzoso e decorato. L’intervento di aggiunta è databile all’inizio del XVII secolo e da collocarsi nel contesto veneziano, perché elmi simili erano adoperati nei cortei che seguivano il doge della Serenissima durante le solenni processioni che si tenevano in piazza San Marco in determinate occasioni (Boccia, Coelho 1968, n. 124; di Carpegna 1969, p. 19, n. 88; per un caso affine Nickel, Phyrr, Tarassuk 1982, pp. 25-27, n. 3). Il resistente metallo è completamente ricoperto da uno strato di velluto rosso (in molti punti abraso), sopra il quale, tramite rivetti, è fissata una sontuosa decorazione in rame dorato. Questa è modellata in forma di foglie d’acanto e circonda il foro per il volto, salendo lungo tutto il coppo, per concludersi su entrambi i lati con un girale nel quale piccole fogliette conducono fino a una protome leonina, con le fauci serrate e lo sguardo aggressivo. Il bordo inferiore è decorato con una sequenza di pinnacoli e foglie stilizzate, tipiche dell’architettura veneziana dal Rinascimento in avanti. È proprio questo particolare tipo di decorazione a collocare la fabbricazione della barbuta nel contesto veneziano, dove esemplari così sontuosi venivano prodotti per le processioni dogali. Sul fronte del coppo questa celata è anche dotata di uno stemma araldico, di forma ovale, con bordo a corda ritorta e fascia centrale trasversale scura (resa nel metallo tramite una zigrinatura a fitte righe verticali).
La mancanza di elementi più specifici e della colorazione rende però impossibile risalire all’origine araldica di questo stemma e porta anche a ipotizzare che si tratti di un elemento puramente decorativo, oppure di una placchetta aggiunta in un secondo momento. Barbute "alla veneziana" simili, prive dello stemma, si trovano sia nell’armeria di Palazzo Ducale a Venezia (inv. C 34, approfondita da Franzoi 1990, pp. 72-73, n. 22), sia in quella del Museo Nazionale del Bargello a Firenze (inv. 1634C). Sulla sommità del coppo, laddove la barbuta in esame presenta solo un foro, che indica la precedente presenza di un elemento decorativo, quelle di Palazzo Ducale e del Bargello recano ancora importanti decorazioni in rame dorato: quella fiorentina mostra la metà superiore del corpo di un leone con una lunga criniera, mentre quella veneziana lo stilizzato corpo di drago sul quale doveva innestarsi il piumaggio, tipico dei cimieri araldici. Un puntello cronologico per datare questa tipologia di barbuta è una tela di Michelangelo Merisi da Caravaggio conservata presso il Metropolitan Museum of Art di New York e proveniente dalla collezione del cardinale Paolo Savelli (inv. 1997-167, con ampia bibliografia sul sito; si veda anche Nicolaci, Gandolfi 2011). Databile agli ultimi mesi della vita del pittore, tra 1609 e 1610, il dipinto raffigura La negazione di san Pietro e, immersa nei toni scurissimi della scena, sulla sinistra, si nota sulla testa del soldato una celata pressoché identica a quella in oggetto. Un tempo parte della collezione fiorentina di Stefano Bardini, la barbuta fu venduta a un’asta Christie nel luglio 1899 (Christie 1899, p. 11, n. 47; Cripps-Day 1925, p. 120), e una copia appuntata del catalogo di vendita, conservata presso il Getty Research Institute di Los Angeles, dimostra come abbia raggiunto il prezzo di 400 sterline, il più alto di tutto il lotto di armi. Un ulteriore appunto segnala l’acquirente della barbuta, tale Da Costa, un dato che aggiunge un passaggio collezionistico ulteriore. Potrebbe trattarsi dei Da Costa, fabbricanti portoghesi di medaglie e decorazioni militari attivi a partire dal 1823, una famiglia di collezionisti di armi e armature. Successivamente l’elmo fu acquistato dal principe Ladislao Odescalchi (1846-1922) e, infine, con il resto dell’armeria, fu comprato dallo Stato italiano nel 1959 e collocato nel Museo di Palazzo Venezia nel 1969. La raccolta Odescalchi non era costituita da un’armeria di famiglia, ma era frutto di mirati acquisti sul mercato nazionale (Firenze, Roma) e internazionale (Parigi, Londra) a partire dal tardo Ottocento, guidati dal gusto personale del principe Ladislao (Barberini 2007; Fossà 2007).
Giulia Zaccariotto
Scheda pubblicata il 16 Ottobre 2025
Stato di conservazione
Discreto.
Provenienza
già collezioni Da Costa e precedentemente Bardini, Firenze (acquisto Christie’s 1899, n. 47);
Roma, Collezione Ladislao Odescalchi (Odescalchi, n. 1660);
acquisita dallo Stato italiano, 1959;
Roma, Museo Nazionale di Palazzo Venezia, 1969.
Esposizioni
Roma, Museo Nazionale di Palazzo Venezia. Antiche armi dal sec. IX al XVIII. Già Collezione Odescalchi, maggio-luglio 1969.
Bibliografia
Christie, Mason & Wood, Catalogue of a Choice Collection of Pictures, Antiquities, Works of Art of the Middle Ages and Renaissance, from the Collection of Signor Stephano Bardini of Florence, 5th June 1899, London 1899;
Laking, Guy Francis, A Record of European Armour and Arms through Seven Centuries, 5 voll., London 1920-1922;
Cripps-Day, Francis Henry, A Record of Armour Sales - 1881-1924, London 1925;
Boccia Lionello Giorgio, Coelho Eduardo Teixeira, L’arte dell’armatura in Italia, Milano 1968;
di Carpegna Nolfo (a cura di), Antiche armi dal sec. IX al XVIII. Già Collezione Odescalchi, catalogo della mostra (Roma, Museo Nazionale di Palazzo Venezia, maggio-luglio 1969), con schede a firma del curatore, Roma 1969;
Nickel Helmut, Phyrr Stuart, Tarassuk Leonid (a cura di), The Art of Chivalry. European Arms and Armor from the Metropolitan Museum of Art, catalogo della mostra (New York, Metropolitan Museum of Art, 1982), New York 1982;
Franzoi Umberto, L'armeria di Palazzo Ducale di Venezia, Treviso 1990;
Barberini Maria Giulia, La collezione Odescalchi di armi antiche: storia della raccolta del principe Ladislao, in «Bollettino d’arte», s. VI, XCI, 2006 (2007), 137/138, pp. 101-114;
Fossà Bianca, Studio conservativo delle armi e armature Odescalchi. Nuove metodologie per la schedatura di una collezione, in «Bollettino d’arte», s. VI, XCI, 2006 (2007), 137/138, pp. 115-142;
Nicolaci Michele, Gandolfi Riccardo, Il Caravaggio di Guido Reni. La “Negazione di Pietro” tra relazioni artistiche e operazioni finanziarie, in «Storia dell’Arte», n.s., 130, 2011, pp. 41-64.










