Amore portato dalle Grazie
Manifattura Imperiale di Vienna 1784
Gruppo in biscuit su base circolare con due figure femminili stanti seminude che sollevano sulle spalle un amorino. Una terza figura femminile è inginocchiata dietro di loro. Il puttino e le donne reggono un festone composto da rose rigogliose. L'opera è riconducibile alla produzione della Manifattura Imperiale di Vienna nel tardo Settecento, quando essa era in grado di competere con quella francese di Sèvres.
Gruppo in biscuit su base circolare con due figure femminili stanti seminude che sollevano sulle spalle un amorino. Una terza figura femminile è inginocchiata dietro di loro. Il puttino e le donne reggono un festone composto da rose rigogliose. L'opera è riconducibile alla produzione della Manifattura Imperiale di Vienna nel tardo Settecento, quando essa era in grado di competere con quella francese di Sèvres.
Dettagli dell’opera
Scheda di catalogo
Il gruppo è composto dalle tre Grazie con Cupido. È disposto sopra una base circolare. Due dee sostengono sulle proprie spalle l’amorino alato, intento a sollevare una ghirlanda di rose; la terza è inginocchiata a terra dietro di loro e regge anch'essa un serto di fiori. La composizione deriva dal gruppo L'Amour porté par les Grâces modellato nel 1768 per la manifattura francese di Sèvres da Josse-François-Joseph Le Riche, a sua volta rielaborazione a tutto tondo di un disegno di François Boucher eseguito verso il 1750 (Bourgeois 1909, tav. 8, fig. 597).
Il repertorio figurativo di Boucher, ampiamente divulgato attraverso le stampe di traduzione, diviene alla metà del XVIII secolo la quintessenza della cultura rococò in tutta Europa e viene adoperato finanche nella realizzazione dei modelli in ceramica della manifattura di Sèvres, alla quale si deve il primato dell’introduzione del biscuit nella produzione scultorea.
Al pari di altre fabbriche ceramiche settecentesche, anche la Manifattura Imperiale di Vienna subisce il fascino dei biscuit di Sèvres, al punto da adottarne – spesso in episodi di non celato plagio artistico – le stesse iconografie. Dalle cifre impresse accanto alla marca si evince che l’esemplare del Museo di Palazzo Venezia è databile al 1784 e risale quindi al terzo periodo della manifattura tedesca (1784-1805); in quegli anni, durante la direzione del barone Konrad von Sorgenthal, si assiste a un incremento massiccio nella produzione di piccoli gruppi scultorei in linea con il gusto imperante sia nella scelta dei soggetti, sia nella lavorazione della porcellana a biscuit, arrivando a contendere a Sèvres la palma dello stile. La grazia e il leggiadro indirizzo neoclassico di questi gruppi sono tradizionalmente prerogativa dello scultore Anton Grassi, capo modellatore della fabbrica dal 1784. Tuttavia, la presenza sull’oggetto della lettera “F” alludente al modellatore Josef Dangel porta a ipotizzare si tratti di un’invenzione di quest’ultimo.
Interpretati con rigore formale e duttile eleganza, simili gruppi vengono adoperati come elementi da centrotavola nell’allestimento dei banchetti, accompagnati a minute statuine con soggetti di genere allusivi in taluni casi alle allegorie delle Stagioni. A Sèvres, per esempio, l’esemplare in oggetto trova il suo pendant in una composizione rappresentante Bacchus porté par les Bacchantes, dove tre ninfe sorreggono il piccolo Bacco e intrecciano tralci di vite con grappoli d’uva, identificata come Allegoria dell’Autunno (Bourgeois 1909, tav. 9, fig. 90); è possibile, allora, che il gruppo del Museo di Palazzo Venezia sia da intendere come un’Allegoria della Primavera e che faccia parte di una serie più ampia (Mrazek, Neuwirth 1970, p. 155, cat. 553, tav. 76a). La scultura incarna alla perfezione la moda del tempo, quel gusto fatuo e leggero che sa di boudoir, di svaporatezza dilettevole, di teatrale affettazione e di posa, e punta all’effetto piacevole con allusioni all’universo erotico; il tema mitologico-pastorale, sempre declinato in chiave decorativa, si rivela infatti il registro più adatto a ricreare un’Arcadia libertina, dove divinità femminili e ninfe sono solo pretesti per intrappolare il desiderio nei corpi lisci, nei sospiri e nei sorrisi, nella grazia perfino dei piedi. La notevole fortuna del soggetto è testimoniata dall’esistenza di numerosi esemplari in raccolte pubbliche e private, eseguiti evidentemente per soddisfare le richieste di una larga clientela.
Tra le versioni di Sèvres si ricordano i modelli della Fondazione Querini Stampalia di Venezia (Dal Carlo 1998, pp. 160-161), del Cleveland Museum of Art (Neils 1982, p. 68, cat. 72), dell’Hermitage di San Pietroburgo (inv. ЗФ-25797) e dell’Hillwood Museum di Washington (inv. 24.166); un biscuit viennese identico al nostro, invece, si conserva al MAK – Museum für angewandte Kunst di Vienna (Neuwirth 1982, p. 153, cat. 348).
Giovanni De Girolamo
Scheda pubblicata il 16 Ottobre 2025
Stato di conservazione
Buono. Si rileva la mancanza di diverse rose nel festone.
Iscrizioni
Scudo impresso nella pasta, sotto la base;
«F» e «84» incisi; «26» dipinto in grigio.
Provenienza
Roma, lascito Herniette Tower Wurts, 1933;
Roma, Museo Nazionale di Palazzo Venezia, 1933.
Bibliografia
Bourgeois Émile, Le Biscuit de Sèvres. Recueil des modèles de la Manufacture de Sèvres au XVIIIe siècle, Paris 1909, p. 8, cat. 597;
Mrazek Wilhelm, Neuwirth Waltraud, Wiener Porzellan. 1718-1864, Wien 1970, p. 155, cat. 553, tav. 76a;
Niels, in Niels Jenifer (a cura di), The World of Ceramics: Masterpieces from The Cleveland Museum of Art, catalogo della mostra (Cleveland, Cleveland Museum of Art, 30 giugno-25 settembre 1982), Cleveland 1982, p. 68, cat. 72;
Neuwirth, in Neuwirth Waltraud (a cura di), Wiener Porzellan 1718-1864, catalogo della mostra (Vienna, Österreichischen Museum für angewandte Kunst, maggio-ottobre 1982), Wien 1982, p. 153, cat. 348;
Dal Carlo, in Dal Carlo Elisabetta (a cura di), Le porcellane dell’ambasciatore, catalogo della mostra (Venezia, Fondazione Querini Stampalia, 19 dicembre 1998-30 maggio 1999), Venezia 1998, pp. 160-161;
Casanova Maria Letizia, Le porcellane europee del Museo di Palazzo Venezia, Roma 2004, pp. 110-111.










