Allegoria del Disegno
Pier Francesco Mola? 1640-1650
L’opera rappresenta un’Allegoria del Disegno, personificazione riconoscibile grazie agli attributi del compasso e dello specchio. Il significato di questo dipinto si spiega nel contesto culturale romano a cavallo tra il quarto e il quinto decennio del Seicento. Per ragioni stilistiche, è possibile proporre cautamente un'attribuzione dell'opera alla mano di Pier Francesco Mola (1612-1666) che lavorò a lungo a Roma.
L’opera rappresenta un’Allegoria del Disegno, personificazione riconoscibile grazie agli attributi del compasso e dello specchio. Il significato di questo dipinto si spiega nel contesto culturale romano a cavallo tra il quarto e il quinto decennio del Seicento. Per ragioni stilistiche, è possibile proporre cautamente un'attribuzione dell'opera alla mano di Pier Francesco Mola (1612-1666) che lavorò a lungo a Roma.
Dettagli dell’opera
Scheda di catalogo
Non disponiamo di alcuna notizia sulla provenienza, la storia e l'ingresso dell'opera, inedita, nelle collezioni del Museo Nazionale di Palazzo Venezia. Il dipinto presenta una figura maschile tagliata a tre quarti, di scorcio, con una folta barba e panneggiata all’antica, che tiene in mano uno specchio nel quale si rimira mentre sul tavolo giace un compasso. Il soggetto, identificabile con un’allegoria del Disegno, si presta a un duplice piano interpretativo. I due oggetti, lo specchio e il compasso, derivano dall'iconografia del Disegno formulata da Cesare Ripa (Ripa 1613, p. 196); la figura tuttavia si discosta da tale modello in quanto non è un giovane, non indossa abiti moderni e non è coronato di alloro. Questi caratteri del personaggio suggeriscono che egli possa rappresentare o rievocare l'antico scultore ateniese Demetrio, celebrato dalle fonti (Quintiliano, Inst. orat., XII, 10, 9; Luciano, Philopseud., 20) come talentuoso ritrattista, interessato alla rappresentazione del vero a dispetto della bellezza, e spesso richiamato nel dibattito critico di pieno Seicento sul bello ideale (Bellori [1672] 2009, I, p. 211; Mahon 1947, pp. 256-257). La costruzione della figura sembra dipendere dallo studio del cosiddetto Arrotino conservato nella collezione di antichità di villa Medici a Roma fino al 1677, e oggetto di intense discussioni anche relative al suo soggetto (Cecchi, Gasparri 2009, p. 68, cat. 58). In particolare, il profilo della schiena in torsione è molto prossimo al punto di vista sulla statua restituito nel disegno preparato da Pietro Testa per Cassiano dal Pozzo che lo incluse nel suo Museo Cartaceo nel 1637 (Fusconi 2014). Per il modo di risolvere l'attacco tra collo e spalle, con rialzi di luce, questo personaggio si confronta bene anche con la figura del lapidatore sulla sinistra nella Lapidazione di santo Stefano di Anton van Dyck (Tatton Park, Collezione Egerton), eseguita durante il soggiorno italiano e forse destinata alla chiesa di San Giacomo degli Spagnoli a Roma (Brown 1999, p. 166, n. 32; Arcangeli 2004; pp. 34-35; Barnes 2004, II.19). Di Mola rimane peraltro un disegno a matita rossa e nera che testimonia il suo esercizio sulla citata pala di Van Dyck (British Museum inv. 1946,0713.89; Turner 1999, I, n. 230; De Marchi 2013, p. 60).
Questi elementi, insieme a una stesura pittorica segnata dalla cultura emiliana e ferrarese (Guido Reni, Guercino), e da una ricerca di naturalismo di impronta lombarda percepibile oggi nei dettagli della mano, del panneggio e nei baluginii della barba bianca, orientano verso un'attribuzione dell'opera a Pier Francesco Mola (1612-1666), “amicissimo” di Pietro Testa. Tratti caratteristici come i tocchi di pennello per rialzare le luci nell’oscurità, la definizione dei bianchi e l'ombreggiatura a macchie appresa da Guercino si ritrovano in opere sicure di Mola come la Predica di San Giovanni Battista di Londra (National Gallery, inv. NG69; Cocke 1972, pp. 41, 48, n. 19). La definizione erculea della muscolatura della figura avvicina il dipinto in esame all' Incontro di Giacobbe e Rachele dell’Ermitage (inv. 141) che Sutherland Harris ha proposto di datare intorno agli anni cinquanta (Laureati 1989, p. 184; Petrucci 2012, p. 347). Il dipinto va certamente collocato dopo l’incontro con Pietro Testa nel 1637 e a seguito dell’edizione del Museo Cartaceo di Cassiano; un altro termine post quem da tenere in considerazione è il 1641, anno a cui sono riferibili con certezza gli affreschi nella cappella della chiesa della Madonna del Carmelo a Coldrerio, quando Mola pur avendo maturato un suo stile, mostra una vena eclettica capace di ricalcare interi brani da opere di altri artisti rielaborando montaggi convincenti e ben riusciti (Tantillo 1989, pp. 202-204). Benché la tela mostri pure una sapiente orchestrazione di riferimenti, tuttavia le consonanze nella stesura pittorica che si possono riscontrare con il quadro dell’Ermitage spingono a datare il dipinto tra questi due termini, quando ormai il pittore era tornato a Roma.
L'opera in esame risulta essere inedita.
Giulia Spoltore
Scheda pubblicata il 16 Ottobre 2025
Stato di conservazione
Buono. Le vernici ossidate applicate sulla pellicola pittorica originale non consentono un’ottimale fruizione dell’opera.
Bibliografia
Ripa Cesare, Iconologia Di Cesare Ripa Pervgino Cav.re De S.ti Mavritio, E Lazzaro: Nella Qvale Si Descrivono Diverse Imagini di Virtù, Vitij, Affetti, Passioni humane, Arti, Discipline, Humori, Elementi, Corpi Celesti, Prouincie d'Italia, Fiumi, Tutte le parti del Mondo, ed altre infinite materie, Siena 1613, p. 196;
Mahon Denis, Studies in Seicento Art and Theory, London 1947;
Cocke Richard, Pier Francesco Mola, Oxford 1972;
Laureati Laura, I dipinti, in Kahn-Rossi Manuela (a cura di), Pier Francesco Mola 1612-1666, catalogo della mostra (Lugano, Museo Cantonale d’Arte, 23 settembre-19 novembre 1989; Roma, Musei Capitolini, 3 dicembre-31 gennaio 1990), Milano 1989, pp. 148-201;
Tantillo Almamaria, Gli affreschi, in Kahn-Rossi Manuela (a cura di), Pier Francesco Mola 1612-1666, catalogo della mostra (Lugano, Museo Cantonale d’Arte, 23 settembre-19 novembre 1989; Roma, Musei Capitolini, 3 dicembre-31 gennaio 1990), Milano 1989, pp. 202-219;
Brown Christopher, Van Dyck 1599-1641, München 1999;
Turner Nicholas, Italian Drawings in the British Museum, Roman Baroque Drawings, London 1999;
Arcangeli Luciano, La pittura religiosa di Van Dyck e la conoscenza dell’arte italiana, in Bernardini Maria Grazia (a cura di), Anton Van Dyck. Riflessi italiani, catalogo della mostra (Milano, Palazzo Reale, 19 febbraio-20 giugno 2004), Milano 2004, pp. 31-41;
Barnes Susan J., Van Dyck. A Complete Catalogue of Paintings, 2 voll., New Haven 2004;
Bellori Giovan Pietro, Le vite de' pittori, scultori e architetti moderni, [Roma 1672], a cura di Borea Evelina, introduzione di Previtali Giovanni, postfazione di Montanari Tomaso, 2 voll., Torino 2009;
Cecchi Alessandro, Gasparri Carlo, La Villa Médicis 4: Le collezioni del cardinal Ferdinando: i dipinti e le sculture, Roma 2009;
Petrucci Francesco, Pier Francesco Mola (1612-1666): materia e colore nella pittura del ‘600, Roma 2012;
De Marchi Andrea, Mola il disegno e la pittura; psicologia e filologia a confronto, Milano 2013
Fusconi Giulia, Copia della statua dello Scita, il cosidetto “Arrotino”, in Canevari Angiola, Fusconi Giulia, Pietro Testa e la nemica fortuna: un artista filosofo (1612-1650) tra Lucca e Roma, a cura di A. Roma 2014, pp. 152-153, n. I.1.










