La statua di San Pietro Orseolo rappresenta uno dei più interessanti esempi della scultura romana del primo Settecento legata alla celebrazione della storia politica e religiosa veneziana. L’opera raffigura il ventitreesimo doge di Venezia, vissuto tra il X e l’XI secolo, che nel 978 abdicò volontariamente alla carica per ritirarsi a vita monastica presso il monastero di San Michele di Cuxà, nei Pirenei orientali. La figura del santo viene presentata come modello di spiritualità e rinuncia al potere terreno: il volto, rivolto verso l’alto, esprime un’intensa tensione mistica, mentre il gesto della mano destra alzata e il corno ducale stretto nella sinistra richiamano insieme l’autorità politica e l’abbandono della vita mondana.
La scultura fu realizzata nel 1734 dallo scultore carrarese Bartolomeo Pincellotti nell’ambito dei lavori di sistemazione del cortile del Palazzo di Venezia a Roma, promossi dal cardinale Angelo Maria Querini. Querini, titolare della basilica di San Marco dal 1728 al 1755, avviò importanti interventi architettonici sia nella chiesa sia nel vicino palazzo. In particolare, affidò all’architetto Filippo De Romanis la ridefinizione della parete occidentale del giardino, trasformata in una scenografica struttura ritmata da paraste, nicchie e arcate. La statua di San Pietro Orseolo si inseriva perfettamente in questo programma decorativo e celebrativo, volto a esaltare il prestigio della Serenissima attraverso figure simboliche della sua storia.
Inizialmente l’opera era collocata nella nicchia centrale della parete, in diretto rapporto con la fontana raffigurante Venezia sposa il mare, realizzata pochi anni prima da Carlo Monaldi. Il dialogo tra le due opere contribuiva a costruire un percorso iconografico dedicato alla grandezza politica e spirituale di Venezia. Solo successivamente, in seguito all’apertura della porta su via degli Astalli, la statua venne spostata nella nicchia laterale dove si trova ancora oggi. Per lungo tempo l’opera rimase quasi ignorata dagli studi sulla scultura romana del Settecento, anche a causa della fitta vegetazione che ne ostacolava la visione nel cortile del palazzo.
Dal punto di vista stilistico, il San Pietro Orseolo mostra pienamente i caratteri del tardo barocco romano. La figura non è costruita secondo una posa statica e frontale, ma attraverso un andamento sinuoso e dinamico che anima l’intera composizione. Il corpo segue infatti una linea spezzata e ondulata che dona movimento alla statua e ne accentua la teatralità. Questo effetto è ulteriormente amplificato dal trattamento del panneggio: le ampie vesti sono percorse da pieghe profonde, accartocciate e taglienti, che generano intensi contrasti di luce e ombra. Le superfici assumono quasi un aspetto metallico, caratteristica che ricorre anche in altre opere di Pincellotti, come il San Gregorio Magno di Mafra e l’Alessandro VIII di Urbino.
La scultura rivela quindi una ricerca espressiva fondata sul dinamismo, sul pathos religioso e sulla monumentalità della figura. Attraverso il movimento del corpo, la tensione dello sguardo e la complessità dei panneggi, Pincellotti riesce a trasformare l’immagine del santo in una presenza intensamente drammatica e spirituale, pienamente inserita nella cultura figurativa della Roma barocca del XVIII secolo.
Alessia Dessì










