La storia collezionistica della tavola marchigiana è relativamente complessa.
La tavola dipinta da Giovanni Angelo d’Antonio venne originariamente realizzata per la cappella dedicata a san Giovanni Battista nella chiesa di San Michele a Bolognola. Nel 1855 don Francesco Maurizi, parroco della chiesetta, decise, col beneplacito del Comune di Bolognola, di venderla a un certo Fratelloni di Camerino, doratore e intagliatore.
Questa alienazione non venne ben vista dalla Curia camerinese, giacché nel 1857 la cancelleria arcivescovile istituì un processo contro il parroco per l’indebita cessione dell’opera. Nel 1868, previa delibera del Consiglio Comunale di Bolognola, la tavola venne ceduta al conte Augusto Caccialupi di Macerata, ma già due anni dopo non risulta inclusa nel catalogo della collezione del conte stilato dal marchese Filippo Raffaelli. È presumibile che l’opera passò, insieme ad altri pezzi del Caccialupi, nella raccolta del reverendo Nevin a Roma già prima del 1890 e certamente prima del 1906 quando viene illustrata da Bernardino Feliciangeli come opera di ambito fiorentino conservata a Roma.
L’anno successivo la pala passò all’asta insieme della collezione Nevin, venendo acquistata per 3600 franchi da George Washington Wurts, come si legge in una lista inviata da Wurst a Bernard Berenson. Nello stesso 1907, in un saggio che apriva la conoscenza della pittura camerinense ad un pubblico più ampio e internazionale, Berenson attribuiva l’opera a Girolamo di Giovanni per la prima volta.










