La storia

Il giardino segreto di Paolo II

La costruzione del Viridarium risale agli anni 1466-1471 e appartiene al primo ciclo di lavori mediante i quali papa Paolo II volle ampliare la vecchia abitazione cardinalizia adiacente alla basilica di S. Marco, in cui abitava già prima dell’elevazione al pontificato. A sud della residenza fu creato un giardino annesso all’appartamento privato del papa: uno spazio verde a pianta non perfettamente quadrata, circondato da un quadriportico a due livelli di arcate su colonne; sul braccio orientale del cortile si affacciava una fila di stanze («camerae logiae giardini»), dove risiedeva il cardinale Marco Barbo, parente del papa. Nei tre lati rimanenti, invece, il muro perimetrale era traforato da numerose finestre arcuate che garantivano luminosità ai loggiati; in tale ottica l’edificio era concepito come un recinto architettonico “permeabile” all’esterno, secondo una poetica cara a Leon Battista Alberti e probabilmente suggerita proprio da quest’ultimo, non casualmente ritenuto da molti l’ideatore dell’intero complesso.

L’identità del progettista non è ancora stata chiarita: nei documenti è menzionato l’architetto Bernardo di Lorenzo da Firenze, ma alcuni studiosi assegnano il concepimento del cortile a Giovannino de’ Dolci – anch’egli fiorentino – attivo nel cantiere come responsabile degli intagli lapidei; l’attribuzione è avvalorata dalle notevoli somiglianze degli ordini architettonici del Viridarium con quelli della facciata a doppio loggiato della basilica dei Santi Apostoli, realizzata intorno al 1475 su suo disegno.

Nel primo ordine furono impiegati pilastri a sezione ottagonale, sormontati da capitelli corinzi di forma semplificata, priva del doppio giro di acanto, ma decorata da foglie angolari e volute contrapposte – tra le quali è inserito lo stemma pontificio – e, in qualche caso, da cornucopie. Nel secondo ordine, separato dal sottostante mediante un’alta trabeazione tangente gli archivolti, furono invece usate colonne cilindriche con capitelli ionici. Una seconda trabeazione con fregio a mensole – citazione dell’attico del Colosseo – faceva da base al coronamento con merlatura guelfa. La stessa libertà compositiva, tipica dell’architettura quattrocentesca, si riscontra nelle facciate esterne, in cui elementi di origine militare – come i beccatelli e i merli – erano mescolati ad elementi di gusto classicheggiante, come le cornici in peperino che univano tra loro le finestre, disposte con cadenza regolare.

I lavori per la realizzazione del Viridarium iniziarono il 25 marzo 1466; entro la fine dell’anno si effettuarono ingenti opere per «cavare tevertine e rispianare del zardino», rialzato di circa 4 metri dal piano stradale. La fabbrica procedeva celermente, tanto che nel marzo 1467 si stavano già intagliando colonne e capitelli, rilavorando blocchi di pietra prelevati dal Colosseo e dal Teatro di Marcello. Nell’estate 1467 il basamento e i due piani porticati erano a buon punto e nei mesi autunnali si completò l’ordine superiore del loggiato. Nel 1468, mentre venivano scolpite le panche in travertino nel porticato inferiore, mastro Antonio di Giovanni da Brescia collocava il pozzo marmoreo al centro del parterre, organizzato in aiuole geometriche con siepi di bosso, agrumi, cipressi e piante aromatiche. Nel frattempo, al piano superiore iniziava la realizzazione del soffitto ligneo, dipinto nel 1469 da frate Giuliano degli Amadei da Firenze, pittore e miniatore. Lo stesso artista, tra il 1470 e il 1471, dipinse gli stemmi papali sulle pareti del giardino. Parallelamente, gli scalpellini coordinati da Jacopo da Pietrasanta intagliavano le cornici delle porte e dei caminetti in travertino, peperino e marmo, destinati alle stanze del cardinale Barbo. 

Marco Pistolesi
 

01 06
Ricostruzione schematica dell’originario palazzetto cardinalizio e del suo primo ampliamento, nell’ambito del quale fu realizzato il Viridarium

Ricostruzione schematica dell’originario palazzetto cardinalizio e del suo primo ampliamento, nell’ambito del quale fu realizzato il Viridarium

Ipotesi ricostruttiva planimetrica di Palazzo Venezia e del Viridarium (da C. L. Frommel, Chi era l’architetto di palazzo Venezia? in Studi in onore di Giulio Carlo Argan, vol. 2, Roma 1984, pp. 39-60) 
  1. Ipotesi ricostruttiva planimetrica di Palazzo Venezia e del Viridarium (da C. L. Frommel, Chi era l’architetto di palazzo Venezia? in Studi in onore di Giulio Carlo Argan, vol. 2, Roma 1984, pp. 39-60) 
Sezione longitudinale del Viridarium (da P. Letarouilly, Edifices de Rome moderne, Paris 1840)

Sezione longitudinale del Viridarium (da P. Letarouilly, Edifices de Rome moderne, Paris 1840)

Particolare di una colonna del loggiato inferiore, con capitello corinzio semplificato 

Particolare di una colonna del loggiato inferiore, con capitello corinzio semplificato 

Particolare di una colonna del loggiato inferiore, con capitello con cornucopie

Particolare di una colonna del loggiato inferiore, con capitello con cornucopie

Particolare di una colonna del loggiato superiore, con capitello ionico

Particolare di una colonna del loggiato superiore, con capitello ionico

Dal giardino segreto al Palazzetto (fino al 1910)

Tra il 1535 e il 1542, Paolo III Farnese collegò il Viridarium alla torre da lui edificata sul Campidoglio – presso il convento dell’Aracoeli – mediante il cosiddetto “corridore di S. Marco”, un passaggio aereo sostenuto da arcate che scavalcava il tessuto edilizio abbarbicato alle pendici settentrionali del colle. Per motivi di sicurezza, ventuno aperture esterne dell’edificio furono «rimurate», ottenendo finestre più modeste. 

Con la donazione del palazzo di S. Marco alla Repubblica di Venezia, decretata nel 1564 da papa Pio IV, il Viridarium entrò in una lunga fase di decadenza, in cui gli interventi manutentivi furono eseguiti per lo più a seguito di gravi danni, come quelli arrecati dai terremoti del 1621 e del 1651. In quest’ultima occasione, la forte intensità delle scosse provocò il crollo di un’ampia porzione della facciata su piazza Venezia e indebolì le strutture dei loggiati interni. Nell’ambito della ricostruzione, l’architetto Orazio Torriani fece tamponare molte arcate interne per irrobustire l’edificio.

La chiusura dei porticati proseguì nel corso del Settecento, anche al fine di ricavare magazzini, officine e alloggi. In tal modo, ormai compromessa l’antica concezione ariosa del Viridarium, si accentuò la percezione di un edificio chiuso, dando luogo alla denominazione di “palazzetto” tuttora in uso. I disegni e le incisioni documentano le condizioni malandate dell’edificio, con le imposte sconquassate e le finestre murate o rimpiccolite. In corrispondenza dell’angolo tra piazza Venezia e via della Ripresa dei Berberi fu costruito un balcone verandato che consentiva di aumentare ulteriormente gli spazi e di affacciarsi sulla piazza, soprattutto in occasione delle feste carnevalesche.

Nel 1797, con l’annessione di Venezia all’Impero Austro-Ungarico, il palazzo di S. Marco cambiò proprietario, mantenendo la sua funzione di ambasciata. Negli anni del dominio napoleonico (1806-1814), le condizioni del Palazzetto erano talmente degradate da indurre il governo del Regno Italico a pianificarne la demolizione, al fine di realizzare al suo posto un mercato coperto e un teatro, su progetto di Giuseppe Valadier; la distruzione fu impedita grazie all’opposizione di Antonio Canova (direttore dell’Accademia di Belle Arti insediata proprio in un’ala del Palazzetto) e di Vivant Denon, prefetto dei Musei Imperiali Francesi.

Tornato di proprietà austriaca a seguito del Congresso di Vienna, il complesso fu restaurato – con molti rimaneggiamenti nei prospetti esterni – tra il 1856 e il 1859, sotto il coordinamento dell’architetto Anton Viktor Barvitius. Nell’ambito dei lavori, i merli di coronamento del Palazzetto, originariamente in blocchi lapidei, furono rifatti in muratura intonacata. Dai rilievi di Barvitius e dalle fotografie d’epoca risulta che, attorno al giardino, erano aperte soltanto poche arcate del porticato inferiore, arredate con statue marmoree.

Marco Pistolesi

01 06
O. Torriani, prospetto del Viridarium su piazza Venezia dopo il crollo del 1651, disegno, Archivio di Stato di Venezia (da M.G. Barberini, M. De Angelis d’Ossat, A. Schiavon (a cura di), La storia del Palazzo di Venezia: dalle collezioni Barbo e Grimani a sede dell’ambasciata veneta e austriaca, Roma 2011)

O. Torriani, prospetto del Viridarium su piazza Venezia dopo il crollo del 1651, disegno, Archivio di Stato di Venezia (da M.G. Barberini, M. De Angelis d’Ossat, A. Schiavon (a cura di), La storia del Palazzo di Venezia: dalle collezioni Barbo e Grimani a sede dell’ambasciata veneta e austriaca, Roma 2011)

Victor Jean Nicolle, Palazzetto Venezia e chiesa di San Marco, disegno, 1787. Vienna, Albertina (da R. Finocchiaro, Come non era, dove non era: l’intricata vicenda della traslazione del Palazzetto Venezia a Roma, in “ArcHistoR”, XII, 2025, pp. 80-117)

Victor Jean Nicolle, Palazzetto Venezia e chiesa di San Marco, disegno, 1787. Vienna, Albertina (da R. Finocchiaro, Come non era, dove non era: l’intricata vicenda della traslazione del Palazzetto Venezia a Roma, in “ArcHistoR”, XII, 2025, pp. 80-117)

J. B. Thomas, Ripresa de Barberi, 1816 (da https://commons.wikimedia.org/wiki/File:La_Ripresa_dei_Barberi_in_Piazza_Venezia,_Rome,_by_Antoine_Jean-Baptiste_Thomas,_1816.png)

J. B. Thomas, Ripresa de Barberi, 1816 (da https://commons.wikimedia.org/wiki/File:La_Ripresa_dei_Barberi_in_Piazza_Venezia,_Rome,_by_Antoine_Jean-Baptiste_Thomas,_1816.png)

Palazzo Venezia e il Viridarium nel 1830 (da P. Dengel, M. Dvorak, H. Egger, Der Palazzo di Venezia in Rom, Vienna 1909)

Palazzo Venezia e il Viridarium nel 1830 (da P. Dengel, M. Dvorak, H. Egger, Der Palazzo di Venezia in Rom, Vienna 1909)

A. V. Barvitius, sezione del Palazzetto Venezia, 1856-1858 (da P. Dengel, M. Dvorak, H. Egger, Der Palazzo di Venezia in Rom, Vienna 1909)

A. V. Barvitius, sezione del Palazzetto Venezia, 1856-1858 (da P. Dengel, M. Dvorak, H. Egger, Der Palazzo di Venezia in Rom, Vienna 1909)

Il Viridarium alla fine del XIX (da P. Dengel, M. Dvorak, H. Egger, Der Palazzo di Venezia in Rom, Vienna 1909)

Il Viridarium alla fine del XIX (da P. Dengel, M. Dvorak, H. Egger, Der Palazzo di Venezia in Rom, Vienna 1909)

Lo spostamento degli anni 1910-1913

Nel periodo immediatamente successivo alla proclamazione di Roma a capitale d’Italia (1871), le vicende del Palazzetto Venezia sono strettamente legate alla costruzione del Monumento a Vittorio Emanuele II. Infatti, nel piano predisposto dall’architetto Giuseppe Sacconi nel 1884, l’antico Viridarium era segnalato tra gli edifici da abbattere per ridisegnare piazza Venezia e liberare la prospettiva assiale dell’erigenda fabbrica. 

L’intervento, tuttavia, non era di semplice attuazione perché bisognava accontentare anche il Governo austriaco, proprietario dell’edificio; i negoziati tra i due Stati procedettero lentamente, mentre proseguiva la fabbrica del Vittoriano. Nel 1903 il Governo austriaco, dopo aver affidato all’architetto Ludwig Baumann il progetto per un edificio a corte dal volume complessivo analogo a quello del Palazzetto, richiese al Comune l’area delimitata da via degli Astalli, via di San Marco e vicolo di Madama Lucrezia, ove insistevano due fabbricati che il governo italiano avrebbe dovuto espropriare, per poterli radere al suolo. Liberata l’area, il governo austriaco poteva avviare la “traslazione” del Viridarium nella nuova sede. 

L’architetto romano Camillo Pistrucci, incaricato della direzione dei lavori, apportò al progetto modifiche tese a garantire una riedificazione più fedele possibile, pur non potendo impedire che l’ampiezza del cortile venisse diminuita allo scopo di aumentare gli spazi interni, destinati ad uffici ed alloggi. Pressioni per una ricostruzione scrupolosa provenivano anche da Corrado Ricci, direttore generale delle Antichità e Belle Arti, e da Giacomo Boni, direttore degli scavi del Palatino e del Foro Romano, che sottolineando il valore artistico del monumento, raccomandavano l’esecuzione preventiva di indagini, rilievi e campagne fotografiche. All’atto pratico, tuttavia, tali studi non furono accurati come auspicato e l’attenzione fu limitata alle sole parti lapidee del chiostro, i cui conci furono numerati per essere smontati e rimontati nella nuova fabbrica, sebbene fosse stato stabilito che il cortile, nello “spostamento”, avrebbe perduto un’arcata su ciascun lato e il suo impianto planimetrico sarebbe stato rettificato.

Nel febbraio 1910, il governo austriaco affidò i lavori alla ditta “Domenico Vitali & Co” e fece realizzare una rotaia per facilitare la movimentazione dei materiali nella nuova area, in cui, parallelamente, si avviava la costruzione del nuovo Palazzetto. Abbattuti i bracci est e nord, mentre gli altri due lati restavano temporaneamente in piedi, sorsero nuovi dibattiti a seguito di una proposta di Ricci, dettata dal desiderio di salvaguardare almeno una parte del cortile quattrocentesco, che peraltro fungeva da contrafforte per la Torre della Biscia; tuttavia, tale soluzione incontrò l'opposizione del Governo italiano, che autorizzò la prosecuzione delle demolizioni affinché l’area antistante il Vittoriano fosse libera entro il 4 giugno 1911.

Nella ricostruzione, ultimata nel 1913, fu rispettata la volontà del Governo italiano di riproporre nei prospetti esterni le linee architettoniche dell’antico edificio; ciò non impedì l’impiego di materiali moderni, come i mattoni di produzione industriale, i pavimenti in cementine e i solai sostenuti da putrelle in ferro, occultati da controsoffitti. I loggiati del cortile furono costruiti reimpiegando gran parte del materiale quattrocentesco, con opportune tassellature e modifiche nei pilastri angolari per adattarli a una pianta perfettamente rettangolare. Tra i pezzi che non furono utilizzati risaltano quattro modiglioni ornati dalle teste dei Quattro Venti, un tempo inseriti al centro di ciascun lato del primo cornicione e oggi esposti nella Loggia Grande.

Marco Pistolesi

01 06
Prima ipotesi di taglio del Palazzetto Venezia nel piano urbanistico del 1893 per l’area circostante il Vittoriano (da M. R. Coppola, La fabbrica del Vittoriano. Scavi e scoperte in Campidoglio (1885-1935), Roma 2012)

Prima ipotesi di taglio del Palazzetto Venezia nel piano urbanistico del 1893 per l’area circostante il Vittoriano (da M. R. Coppola, La fabbrica del Vittoriano. Scavi e scoperte in Campidoglio (1885-1935), Roma 2012)

L. Baumann, Pianta del vecchio Palazzetto con sovrapposta la sagoma del nuovo edificio, 1903 ca. (Archivio di Stato austriaco)

L. Baumann, Pianta del vecchio Palazzetto con sovrapposta la sagoma del nuovo edificio, 1903 ca. (Archivio di Stato austriaco)

Il Viridarium in attesa dello smontaggio dei blocchi di pietra, già numerati (da R. Finocchiaro, Come non era, dove non era: l’intricata vicenda della traslazione del Palazzetto Venezia a Roma, in “ArcHistoR”, XII, 2025, pp. 80-117)

Il Viridarium in attesa dello smontaggio dei blocchi di pietra, già numerati (da R. Finocchiaro, Come non era, dove non era: l’intricata vicenda della traslazione del Palazzetto Venezia a Roma, in “ArcHistoR”, XII, 2025, pp. 80-117)

Il Palazzetto Venezia all’inizio delle demolizioni; sullo sfondo, il Vittoriano in costruzione, 1910 (da M. R. Coppola, La fabbrica del Vittoriano. Scavi e scoperte in Campidoglio (1885-1935), Roma 2012)

Il Palazzetto Venezia all’inizio delle demolizioni; sullo sfondo, il Vittoriano in costruzione, 1910 (da M. R. Coppola, La fabbrica del Vittoriano. Scavi e scoperte in Campidoglio (1885-1935), Roma 2012)

C. Ricci, proposta progettuale per salvare una porzione dell’antico Viridarium (da C. Ricci, Pel Palazzetto di Venezia, in «Bollettino d’Arte» VII, 1910, pp. 269-273)

C. Ricci, proposta progettuale per salvare una porzione dell’antico Viridarium (da C. Ricci, Pel Palazzetto di Venezia, in «Bollettino d’Arte» VII, 1910, pp. 269-273)

Piazza Venezia dall’alto dopo lo “spostamento” del Palazzetto (da M. R. Coppola, La fabbrica del Vittoriano. Scavi e scoperte in Campidoglio (1885-1935), Roma 2012)

Piazza Venezia dall’alto dopo lo “spostamento” del Palazzetto (da M. R. Coppola, La fabbrica del Vittoriano. Scavi e scoperte in Campidoglio (1885-1935), Roma 2012)

Gli interventi post 1913 (fino ad oggi)

Nell’agosto del 1916 il Governo italiano decise di requisire Palazzo Venezia all’Impero Austro-Ungarico, concretizzando la presa di possesso il 1° novembre dello stesso anno. L’intento del Governo era quello di adibire l’edificio a sede di un grande museo del Medioevo e del Rinascimento, la cui direzione fu affidata allo storico dell’arte Federico Hermanin, soprintendente alle Gallerie e ai Musei del Lazio e degli Abruzzi.

A seguito dei radicali lavori di ripristino intrapresi in tutto il piano nobile del palazzo da Hermanin, coadiuvato da un comitato che comprendeva anche Corrado Ricci e l’architetto Luigi Marangoni, il secondo piano del Palazzetto fu profondamente rimaneggiato, per consentire l’ampliamento degli spazi museali. Infatti, negli interni, l’edificio ricostruito dal Governo austriaco non aveva alcuna velleità estetica, essendo stato concepito per mere finalità utilitaristiche. Fu quindi necessario uniformare l’aspetto del Palazzetto a quello del Palazzo, con l’intento di conferirgli l’aspetto di una dimora aristocratica rinascimentale. 

Il Palazzetto era stato ricostruito con il secondo loggiato completamente chiuso e diviso in vari ambienti. Nel 1933 l’ambulacro fu riunito con la demolizione di tutte le tamponature, la realizzazione di un’unica pavimentazione in listelli di cotto e di un soffitto cassettonato, ottenuto foderando con tavole di legno l’orditura portante in travi di ferro. Nel muro perimetrale furono aperte nuove porte e finestre affacciate sui vani circostanti. Questi ultimi furono trasformati in vaste sale, lussuosamente rifinite con nuovi pavimenti maiolicati e soffitti lignei.

Si prevedeva di valorizzare ulteriormente il Viridarium migliorandone l’accesso dal Giardino Grande: a tal fine, in asse col pozzo centrale, era stato progettato un androne con copertura voltata sostenuta da peducci lapidei, modellati sullo stile dei capitelli dei loggiati; una cordonata in travertino avrebbe superato il dislivello tra i due spazi verdi. Probabilmente l’attuazione del progetto fu rimandata per ragioni economiche e mai realizzata a causa della partecipazione dell’Italia al Secondo Conflitto Mondiale.

Nel secondo Dopoguerra il Museo di Palazzo Venezia fu aperto al pubblico. Nel Viridarium, oltre alle numerose attività manutentive, va segnalato un restauro eseguito nel 1995, consistente nella pulitura dei colonnati in travertino e nella ripresa degli intonaci lungo il coronamento merlato, che fu impropriamente ridipinto di un color rosso mattone stridente con la cromia chiara della pietra sottostante. Nel 2006, nel loggiato superiore fu allestito il Lapidarium, una raccolta di marmi dall’Antichità al Rinascimento; in tal modo, si intendeva riecheggiare l’esposizione di sculture antiche voluta da Paolo II al riparo dei portici circostanti il giardino. Nell’occasione furono ritinteggiate le pareti dei due ambulacri di una tonalità accordata alle nuove basi realizzate per le sculture.

Marco Pistolesi

01 03