Decorata nella seconda metà del Quattrocento, la sala subì numerose modifiche nel Sei e nel Settecento. A partire dal 1917 lo storico dell’arte Federico Hermanin (1868-1953), allora Soprintendente alle Gallerie e ai Musei del Lazio e degli Abruzzi, ripristinò l’assetto quattrocentesco e riallestì l’ambiente nelle forme di una dimora rinascimentale. Smontato nel secondo dopoguerra l’allestimento in stile, lasala si fa ammirare oggi per la grandiosità dello spazio e delle decorazioni. Le pareti presentano una finta architettura che serve ad ampliare illusionisticamente lo spazio: si tratta di un portico con otto colonne su basi in forma di ara classica e un fregio decorato con medaglioni con i Dottori della Chiesa.
I saloni nel dettaglio
Questa decorazione, avviata sotto Marco Barbo (1420-1491), fu completata da Lorenzo Mari Cibo (1450- 1503) durante il pontificato di Innocenzo VIII (1484-1498), come ricordano i tre stemmi sulla parete occidentale. Successivamente scialbata, ovvero ricoperta da uno strato di intonaco e da altre pitture, essa venne riportata alla luce negli anni Dieci del Novecento: Hermanin ne recuperò i pochi lacerti superstiti, li attribuì ad Andrea Mantegna (1431-1506) e ne affidò l’integrazione al pittore-restauratore Giovanni Costantini (1872-1947).
Le mostre di porte e il camino monumentale recano lo stemma cardinalizio di Marco Barbo e sono riconducibili alla sua committenza. Impreziosito da un fregio con nastri, foglie e frutta, il camino è stato attribuito a Mino da Fiesole (1429-1484) e Giovanni Dalmata (1440-1515).
Nella parete occidentale si apre una sequenza di finestre: una di queste e il relativo balcone in marmo furono aggiunti nel 1715 per volere dell’ambasciatore veneziano Niccolò Duodo (1657-1742). In questo modo i residenti e gli ospiti del palazzo potevano godere di una magnifica vista durante le feste di Carnevale, in particolare in occasione dell’arrivo della corsa dei cavalli berberi.
Il soffitto, il lampadario e il pavimento a mosaico furono aggiunti nel corso degli anni Venti del Novecento da Hermanin. Il soffitto si rifà a un modello del 1496, ancor oggi esistente nella chiesa di San Vittore a Vallerano, nei pressi di Viterbo: la sola variante, oltre alle dimensioni, consiste nell’aggiunta di medaglioni con stemmi di Roma e di Venezia.
Il pavimento, opera di Pietro D’Achiardi (1879-1940), raffigura Il ratto d’Europa con divinità marine e segni zodiacali nel bordo e s’ispira ai mosaici delle Terme di Nettuno a Ostia Antica.
Perduta ogni traccia quattrocentesca o settecentesca, le pareti presentano una decorazione ideata negli anni Venti del Novecento dall’architetto Armando Brasini (1879-1965) ed eseguita nel 1929 dal pittore Giovanni Costantini (1872-1947). Brasini immaginò una finta architettura neorinascimentale ispirata a quella della Sala del Mappamondo. Colonne, poste in cima ad alti stilobati, si alternano a specchiature e a finte nicchie: clipei e targhe contengono i nomi delle battaglie combattute dall’Italia nel corso della Prima guerra mondiale.
Proprio a queste battaglie, dal Monte Grappa a Vittorio Veneto, si deve il nome corrente della sala. Il pavimento in marmo e il soffitto sono ugualmente degli anni Venti del Novecento. Il soffitto a cassettoni, in particolare, anch’esso di evidente ispirazione rinascimentale, è impreziosito da un lampadario su disegno di Giorgio Liebe.










