Le Sale Monumentali sono tre grandi ambienti collocati al piano nobile di Palazzo Venezia. Essi vennero realizzati immediatamente dopo il1464, allorché il cardinale Pietro Barbo, che da titolare dell’adiacente chiesa di San Marco aveva costruito il nucleo originario dell’edificio, divenne pontefice con il nome di Paolo II. Nel 1564 esse divennero sede degli ambasciatori della Repubblica di Venezia e, dal 1797, di quelli dell’Impero di Austria-Ungheria. Nel 1916, quando il palazzo venne rivendicato dall’Italia, le Sale furono destinate ad accogliere il Museo del Medioevo e del Rinascimento: nel 1922 Benito Mussolini le scelse come sede di rappresentanza del governo fascista. Nel secondo dopoguerra esse accolsero le collezioni permanenti e poi dal 1982 esposizioni temporanee.
Si tratta di alcuni tra i luoghi più suggestivi di Roma. Qui si ammirano il Rinascimento e il suo recupero negli anni Venti del Novecento: agli affreschi e agli apparati scultorei quattrocenteschi – negli stipiti e nel grande camino della Sala del Mappamondo – si affiancano e si sovrappongono i soffitti lignei, i lampadari, le pitture parietali, i paracamini realizzati cinque secoli dopo sotto la guida del Soprintendente Federico Hermanin.
Le sale hanno visto avvicendarsi nel corso dei secoli vicende storiche importanti e a tratti fuori dell’ordinario. Fra queste pareti si svolsero la visita di Erasmo da Rotterdam nel 1509; l’incontro di papa Paolo III Farnese con l’imperatore Carlo V oppure quello con Michelangelo, che abitava a due passi, per parlare del Giudizio della Cappella Sistina; il concerto del giovanissimo Wolfgang Amadeus Mozart; la direzione dello Stabat Mater dello stesso Gioacchino Rossini; l’annunzio di Benito Mussolini che l’Italia era entrata nella Seconda guerra mondiale o anche, a distanza di pochi anni, il crollo del fascismo nella notte del Gran Consiglio. Il restauro delle Sale Monumentali rappresenta un’operazione particolarmente delicata e complessa, proprio perché questi ambienti sono stati oggetto di numerosi interventi nel corso dei secoli.
I soffitti lignei presentavano diffuse alterazioni dovute al tempo e alle infiltrazioni d’acqua, che avevano progressivamente offuscato le dorature. Le operazioni di pulitura stanno dando risultati sorprendenti: sotto gli strati di vernici ossidate e di sporco è riemersa la luminosità originaria dell’oro, restituendo profondità e brillantezza alle decorazioni.
Ancora più articolato è il lavoro sulle pareti. Le pitture murali conservano tracce di interventi che si sono susseguiti nel corso del tempo. Il restauro ha richiesto di conseguenza un’analisi attenta delle diverse stratificazioni e un lavoro molto accurato di pulitura, consolidamento degli intonaci e delle pellicole pittoriche e reintegrazione delle lacune.
I saloni: la loro storia
Un ambiente vasto e maestoso rievoca fatti e racconta persone vissute nell’arco di oltre cinque secoli
La sala venne fatta costruire da Pietro Barbo, subito dopo la sua elezione a papa con il nome Paolo II (1464-1471) come sala di rappresentanza: l’obiettivo era ampliare e abbellire il proprio palazzo cardinalizio fino a trasformarlo in una residenza alternativa al Vaticano. Il nome con il quale è tuttora conosciuta si deve a un planisfero, in origine collocato al centro della parete occidentale e oggi perduto. Riferito alla committenza dello stesso Paolo II e dunque al cartografo veneziano Girolamo Bellavista, documentato a Roma durante il suo pontificato, esso invece fu commissionato dopo la sua morte dal cardinale Marco Barbo (1420-1491): questi nel 1489 si rivolse addirittura a Lorenzo il Magnifico (1449-1492), signore di Firenze, per recuperare carte geografiche più aggiornate da usare come modello.
Utilizzata dai pontefici proprio per accogliere gli ospiti fino alla fine del Cinquecento – qui Paolo III (1534-1546) incontrò l’imperatore Carlo V (1500-1558) e stabilì la convocazione del Concilio di Trento – la sala fu variamente adibita nel corso del Sei e Settecento. Sede dell’istituendo museo di Palazzo Venezia negli anni Dieci del Novecento, la sala fu scelta da Benito Mussolini per stabilirvi il proprio quartiere generale: sistemata la propria scrivania accanto al camino, il dittatore qui lavorava, riceveva gli ospiti e arringava la folla, affacciandosi dal balcone. Ricondotta alla funzione museale nel secondo dopoguerra, la sala ha prima accolto le collezioni permanenti del museo e poi, dagli anni Ottanta, mostre temporanee: dal 2016 è tornata a far parte stabilmente del percorso di visita.
Un’altra delle spettacolari sale del palazzo, capace nel corso dei secoli di suscitare l’ammirazione di personaggi famosi: tra i tanti anche Wolfgang Amadeus Mozart e Gioacchino Rossini
La sala fa parte della sequenza di spazi monumentali fatti costruire dal cardinale Pietro Barbo subito dopo la sua elezione a papa con il nome di Paolo II (1464-1471) come sale di rappresentanza: l’obiettivo era di trasformare il palazzo cardinalizio in una residenza pontificia alternativa al Vaticano.
L’ambiente, per molto tempo noto come Sala del Concistoro, perché il collegio dei cardinali era solito tenere qui le proprie riunioni – l’ultima risale 1597 – assunse a grande notorietà nel diciottesimo secolo: a quel tempo lo illuminavano cinque grandi lampadari fatti venire appositamente da Murano e per questo era detto Sala dei Cinque Lustri. Fu sotto questi lampadari che nel 1770 il quattordicenne Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791) tenne uno dei suoi leggendari concerti. A qualche anno di distanza, nel 1842, con il palazzo ormai passato all’Austria, Gioacchino Rossini (1792-1868) vi diresse per la prima volta lo Stabat Mater.
Dopo aver ospitato nel 1922 la mostra delle opere d’arte recuperate dall’Austria, la sala fu scelta come sede di rappresentanza da Benito Mussolini. Nel secondo dopoguerra l’ambiente ha accolto prima le collezioni permanenti del Museo di Palazzo Venezia e poi, dagli anni Ottanta, mostre temporanee. Dal 2016 parte stabilmente del percorso di visita, la sala è attualmente interessata dai restauri nell’ambito della realizzazione della stazione della linea C della metropolitana.
La terza e ultima stanza monumentale del palazzo è anche una delle più vaste di Roma: per questo veniva spesso chiamata Aula Maxima
La sala fa parte della sequenza di tre ambienti monumentali voluti dal cardinale Pietro Barbo subito dopo la sua elezione a papa con il nome di Paolo II (1464-1471), per far sì che il palazzo della sua famiglia cardinalizia diventasse una residenza alternativa al Vaticano. Il nome si deve alla funzione originaria: in questi spazi venivano accolti e sostavano i reali, gli ambasciatori e i personaggi potenti che si recavano in udienza dal papa. Con i suoi 37 m di lunghezza e i 430 mq di superficie la Sala Regia è la più grande del palazzo e una delle più ampie di Roma: per questo motivo i documenti la segnalano spesso come Aula Maxima.
Ancora in fase di costruzione al tempo del cardinale Marco Barbo (1420-1491), la sala venne conclusa sotto il cardinale Lorenzo Mari Cibo (c. 1450-1504). Profondamente modificata nei secoli successivi, essa fu oggetto di un integrale ripristino in stile rinascimentale nel corso degli anni Venti del Novecento, su direzione del primo direttore del Museo di Palazzo Venezia, Federico Hermanin (1868-1953).










