Borea rapisce Orizia

Ambito romano Primo quarto del XVIII secolo

In mostra presso Palazzo Venezia

Il rilievo in gesso con Borea che rapisce Orizia, raro episodio del mito classico, è presumibilmente il calco di una perduta terracotta, realizzata in ambiente romano agli inizi del Settecento. Nonostante una proposta in favore di Pierre-Étienne Monnot, tra i protagonisti di questo contesto, la questione attributiva del modello è ancora destinata a rimanere aperta.

Il rilievo in gesso con Borea che rapisce Orizia, raro episodio del mito classico, è presumibilmente il calco di una perduta terracotta, realizzata in ambiente romano agli inizi del Settecento. Nonostante una proposta in favore di Pierre-Étienne Monnot, tra i protagonisti di questo contesto, la questione attributiva del modello è ancora destinata a rimanere aperta.

Dettagli dell’opera

Denominazione: Borea rapisce Orizia Ambito Ambito romano Data oggetto: Primo quarto del XVIII secolo Materiale: Gesso Tecnica: Rilievo Dimensioni: altezza 57,3 cm; larghezza 38,3 cm
Tipologia: Sculture Acquisizione: 1920 Luogo: Palazzo Venezia Numero inventario principale: 1191

In questo rilievo in gesso è rappresentato un episodio raro del mito classico, ovvero il ratto di Orizia, figlia del re dell’Attica Eretteo. Come narrano le Metamorfosi di Ovidio (VI, 675-701), dopo il rifiuto del sovrano di concedergli la fanciulla, Borea, l’alato vento del Nord, decise di rapirla e di condurla con sé in Tracia, dove le fece poi generare diversi figli (Barberini 1991, p. 64). 
Il dio, con una lunga barba e le ali dispiegate, è qui raffigurato nell’atto di sollevare Orizia, con il volto spaventato e le braccia aperte, mentre cerca di liberarsi da quella presa violenta. Sotto l’ammasso di nuvole su cui poggia la giovane donna, in procinto di essere trascinata in volo da Borea, Cupido compare riverso sulla schiena, con una freccia in mano e la faretra abbandonata a terra. Solchi orizzontali e paralleli, creati per mezzo di una stecca dentata, segnano in larga misura lo sfondo, su cui non si distinguono particolari notazioni paesaggistiche.
Vista la particolarità della materia, tale pezzo, giunto all’attuale sede nel 1920 per cessione del Museo di Castel Sant’Angelo, deve essere considerato il calco di un rilievo in terracotta, al momento non identificabile. Per Maria Giulia Barberini (1991) l’opera deriverebbe da un originale plasmato dal francese Pierre-Étienne Monnot, tra gli assoluti protagonisti della scena romana tra la fine del Seicento e gli inizi del secolo seguente. Secondo la studiosa, le sue pale marmoree nella cappella Capocaccia in Santa Maria della Vittoria, ovvero l’Adorazione dei pastori e il Riposo durante la fuga in Egitto, databili al 1699 (Bacchi 1996, p. 826), offrirebbero confronti fisionomici con il gesso in esame. I paragoni istituiti con i volti dei protagonisti, tuttavia, non sono davvero risolutivi per riconoscere all’artista francese l’invenzione del perduto modello fittile, come osservato già da Cristiano Giometti (2011, p. 85, n. 81). Anche le altre creazioni a rilievo di Monnot da lui richiamate, come le terrecotte eseguite per don Livio Odescalchi, oggi al Musée du Louvre di Parigi (Bacchi 1996, p. 826), o le grandi storie lapidee commissionate dal langravio Carlo d’Assia per il padiglione del Marmorbad a Kassel (Bacchi 1996, p. 827), non presentano affinità determinanti con il gesso qui discusso. L'autore del modello andrà quindi cercato tra altri maestri attivi a Roma nei primi anni del Settecento, in linea con quella nuova stagione del Barocco rappresentata anche da Monnot. A tali conclusioni giungeva già Giometti (2011, p. 85, n. 81), che non escludeva, comunque, possibili interferenze con la bottega dello scultore francese.

Luca Annibali

Scheda pubblicata il 16 Ottobre 2025

Buono.

Roma, Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo, 1920;
Roma, Museo Nazionale di Palazzo Venezia, 1920.

Roma, Museo Nazionale di Palazzo Venezia, Sculture in terracotta del Barocco romano. Bozzetti e modelli del Museo Nazionale del Palazzo di Venezia, 9 dicembre 1991-31 gennaio 1992.

Barberini, in Barberini Maria Giulia (a cura di), Sculture in terracotta del Barocco romano. Bozzetti e modelli del Museo Nazionale del Palazzo di Venezia, catalogo della mostra (Roma, Museo del Palazzo di Venezia, 9 dicembre 1991-31 gennaio 1992), Roma 1991, p. 64;
Bacchi, in Bacchi Andrea (a cura di), con la collaborazione di Zanuso Susanna, Scultura del ’600 a Roma, Milano 1996, pp. 826-827;
Giometti Cristiano (a cura di), Museo Nazionale del Palazzo di Venezia. 4. Sculture in terracotta, Roma 2011, p. 85, n. 81.

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